domenica 8 aprile 2018

Paolo Ruffilli su Raffaela Fazio

foto di Dino Ignani


Le poesie di Raffaela Fazio, anche e soprattutto in questo L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice 2018), tendono a significare una reciproca compenetrazione tra mondo umano e naturale. E lo fanno con una misura talmente precisa che la penetrazione (nel fondo oscuro, nelle sedimentazioni dell’animo e nel labirinto della mente) avviene attraverso la mappatura delle superfici, secondo un passo e secondo moduli che possiamo definire della messa a fuoco più nitida. Così che temi di vasta portata, e di costante implicazione esistenziale, si fissano in componimenti pieni di luce e di colori. 

I versi netti e rigorosi ci immettono, ogni volta di incanto, in una dimensione autoriflessiva che quasi inavvertitamente si interroga sul mistero delle cose e sul significato della vita mentre ne subisce il fascino, per la legge dell’inversamente proporzionale. E il taccuino degli appunti e delle annotazioni è, insieme, l’album della memoria critica, l’almanacco della propria condizione e il diario delle pagine privilegiate trascelte a comporre (e a verificare, a interrogare, a mettere sotto esame) il senso di una vicenda e di una vita.

Tema centrale in tutta la poesia di Raffaela Fazio è, a ben guardare e oltre l’apparente silenzio (che è, poi, la voce del segreto e del mistero: “va riportata / ogni prova di amore / al mistero”), il tempo: termine ineludibile del confronto, enigma esistenziale, l’altra faccia della medaglia, vuoto di assenza in cui precipitano errore e disguido, ma in cui si scioglie anche il doppio senso della vita (“noi siamo vivi, fatti di tempo / e il tempo è fatto a nostra misura”). Perché l’orizzonte resta comunque aperto nella continuità ultraindividuale, in una dimensione che proprio l’improvvisa illuminazione poetica ci fa scoprire a un tratto con inattesa evidenza come indistruttibile.

Esiste una condizione psicologica di confronto consapevole con il vuoto che assedia l’uomo e sottrae credibilità alle sue fedi, che in poesia si esprime come tentativo di restituire alle funzioni verbali la razionalità altrimenti, nella vita, insidiata e smarrita. Senza, con questo, inibire alla parola le virtù liriche, evocative, fantastiche, anzi concentrandole e come allineandole alla retta obliqua che attraversa da una parte all’altra la propria personale esperienza di vita. È il caso appunto di Raffaela Fazio, in tutto il percorso di questo libro coinvolgente. Ma, rispetto al procedimento più “visionario” che caratterizzava certe sue prove precedenti, l’autrice è andata ricomponendo “l’instabile profilo del presente” come la consistenza materiale delle cose, degli oggetti e delle persone, proprio contro quello spettro del vuoto con cui si è sempre misurata la sua poesia e attraverso il progressivo uso oggettivante e oggettivato dei quadri delle sue immagini lampeggianti.


Qui una riflessione filosofico-religiosa dell’autrice.


Ti parlo
come l’erba
alle pietre
tra cui s’insinua

finché il muro
cede
dove lei cresce,
più umida la sera.

Nelle tue crepe
nella tua immota fuga
ch’io sia
quel corpo estraneo
vivo
attorno a cui ti sfaldi.
E sul confine
che segni involontario
sia dolce anche l’incuria
la rovina
il mio verde
abbracciato
alle macerie.


*

Nella vita pare che tutto
vada restituito.
Il crollo del corpo
alla sua lievità
il dolce di un labbro
alla prima matrice
il fuoco guerriero
al fodero di pace
la bellezza (sempre)
all’alterità
la verità di un’arte
all’insieme e l’insieme
alla più piccola parte.
Va riportata
ogni prova di amore
al mistero
e lasciata
fuori dall’inventario
una cosa soltanto
un fendente di gioia
assoluta insolente
non necessaria.


*

Quando un uomo
si sveglia
nella notte capisce
che non basta a se stesso.

Lo ferisce l’assenza
come un fianco strappato
che era argine al buio
e lo tenta un possesso
una terra abitata
la fortezza di un nome
scandito.

Ma salvezza
sarebbe al contrario
il donarsi – sorretto dal vuoto –
di un bordo
all’altro contiguo
stupito

come di barca in barca
passa la luce
dall’acqua
all’infinito.


*

(per i miei bambini, maggio 2016)

Il mio tempo
cammina sul crinale.
Ritenta l’equilibrio
tra gli opposti:
una valle nascosta lo precede
una piana gli succede
lo trascende.

Quando il mio tempo
                        pende
sul più azzurro versante
intravede
la sua stessa fine
il suo segno più in basso
come il rotolare
di un sasso
nell’erbetta nuova.

E nella vita
che senza me prosegue
forse un ricordo
di quel lieve
franare:
prova
in fondo
che oltre la morte
solo l’amore
è guardia di frontiera.


*

Al Dio ignoto

Lascia che dentro Te
integra sabbia
io pianti la punta
come anfora d’argilla nella stiva
un poco storta.
Ma fa’ che mai non abbia
la certezza
se sia d’amara oliva
o d’uva
il sangue
che in me questa natura
a un’altra meno labile pienezza
già trasporta.

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo, vive e lavora a Roma come traduttrice. Laureata in Lingue e Politiche europee a Grenoble e specializzata in traduzione/interpretariato a Ginevra, ha poi conseguito a Roma un diploma in Scienze religiose e un master in Beni Culturali.
Ha pubblicato diverse opere di poesia. Gli ultimi tre libri sono: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015), “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017) e “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018).

lunedì 19 marzo 2018

Edizioni del Foglio Clandestino


Le Edizioni del Foglio Clandestino rafforzano il proprio, riconosciuto impegno culturale, con alcuni servizi, essenziali per la scrittura e la pubblicazione.


La nostra proposta comprende:

Correzione bozze: Il servizio base viene offerto agli autori che non intendono sottoporre a editing il proprio testo, ma desiderano solo una lettura redazionale attenta, prima di inviare il manoscritto a una casa editrice o mandarlo in stampa.

Editing formale, contenutistico: Al contrario questa opportunità permette di ottenere la revisione a più livelli del dattiloscritto proposto con la stesura di una nota di lettura essenziale. In particolare per gli ambiti della poesia e della narrativa breve.

Composizione, revisione e traduzione di testi professionali e letterari; Progettazione grafica e Impaginazione; Progettazione e Organizzazione eventi, Ufficio stampa; Consulenza e Supporto editoriale.

Le proposte e le consulenze vengono offerte ad autori, redazioni, aziende, associazioni, editori, ecc.
I costi vengono quantificati tenendo conto delle conoscenze ed esperienze maturate dalla Casa Editrice e sono commisurati alle connotazioni che ci vengono richieste.

Ci avvaliamo della collaborazione di specialisti, non solo in campo editoriale, per studiare e risolvere ogni aspetto relativo alla migliore realizzazione del progetto proposto.

Per dettagli e approfondimenti informativi, vi invitiamo a consultare la pagina apposita nel nostro sito:




mercoledì 7 marzo 2018

Gabriele Galloni



Quando un nuovo editore (Rita Pacilio che fonda la RPlibri) dimostra di avere buon fiuto nella scelta dei propri autori, e quando fra questi ne emerge uno particolarmente  giovane e interessante, Blanc non può far finta di niente. Sto parlando di Gabriele Galloni e del suo In che luce cadranno.

Scrive fra l'altro Antonio Bux nella prefazione:
"Galloni anche in questa sua agile e seconda prova, In che luce cadranno, gioca tra il silenzio e il re­stare sospeso della poesia, e lo fa a volte con crudezza, altre volte con leggiadria, offrendo al lettore un lavoro di puntello, ma anche e soprattutto di carne, di materia viva. Ciò che più sorprende è l’oscillazione di un poeta così giovane, ma già dal tono maturo, tra la concisione e lo stupore, tra la leggerezza e l’acume di una poesia tanto affinata quanto pungente".


“In che luce cadranno” di Gabriele Galloni (Collana Poesia – Sezione L’anello di Mobius’ – RPlibri, 2018)




***
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l'indicibile
della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l'altra all'Invisibile.


***
Si parlava dei morti. Sulla tavola
i resti sparsi della cena – quelle
bistecche appena cotte. Il frigorifero

in segreto colloquio con le stelle.


***

Così un giorno, per caso,
i morti costruirono
il primo cimitero sotto il mare.

Se ne dimenticarono
in un tuffo soltanto.





Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Studia Lettere Moderne all'Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato Slitta­menti (Augh Edizioni, Viterbo 2017) con una nota di Anto­nio Veneziani.

domenica 18 febbraio 2018

Emanuele Spano recensisce Mauro Macario



Credo non sia cosa facile per nessuno raccontare una personalità complessa e articolata come quella di Mauro Macario perché Macario, nel corso della sua vita e della sua carriera, ha saputo attraversare tutti i campi della scrittura con una disinvoltura notevole, perché Macario prima ancora di essere poeta e scrittore è stato un lettore intelligente e avvertito, un interprete raffinato del mondo e della cultura contemporanea, un intellettuale, nel senso più profondo del termine, che ha compreso il nesso inscindibile tra la letteratura e la realtà.

Credo che la sua opera poetica, che oggi abbiamo la possibilità di rileggere integralmente grazie a questo volume antologico, abbia il pregio di mostrare la statura dell’intellettuale, oltre che il valore dell’artista. Questo libro che ho avuto il piacere di curare insieme al critico Francesco De Nicola, che è autore di una bella e nostalgica prefazione in cui ripercorre per sommi capi le tappe del Macario poeta, è un’opera necessaria per comprendere il suo percorso a partire dall’esordio del Novanta con Le ali della Jena, fino ad arrivare all’ultimo volume edito Metà di niente del 2014 e agli inediti degli ultimi anni.

Basterebbe leggere il titolo scelto per questo volume per comprendere quale sia da sempre la ratio che muove la scrittura di Macario: le trame del disincanto. Ecco la parola “disincanto” non vuole semplicemente essere un sinonimo di “disillusione”, come a voler rimarcare un progressivo venir meno dell’illusione, della fiducia nella realtà, ma si pone volontariamente in antitesi all’idea dell’ “incanto”, quell’incanto che la poesia lirica ha costruito nei secoli e che forse oggi davanti alle tragedie della contemporaneità è impraticabile nonostante certa poesia si ostini a farlo, incurante delle tante, troppe storture della realtà. C’è in questo titolo insomma una dichiarazione di poetica che già era implicita nello splendido titolo che Macario scelse nel 2003 all’atto di antologizzare le raccolte degli anni Novanta: il destino di essere altrove.

Il “destino” era allora, come oggi, quello di essere sempre “altrove”, in un altro luogo, in un’altra dimensione, fuori del coro ebete degli uomini omologati e spersonalizzati dentro una modernità svilente, fuori della schiera dei poetanti, dei sedicenti pensatori, che annegano in uno sterile edonismo della parola e hanno smarrito la forza di raccontare e di denunciare il cancro che divora la nostra società e il nostro mondo. Alla base di tutta la poesia di Macario c’è insomma l’idea che il poeta sia chiamato quasi a una missione, che non possa restare in silenzio di fronte alle tragedie che gli si consumano davanti agli occhi, l’idea che il poeta sia spinto da un’urgenza di dire che è dettata dalla stessa realtà e che la scrittura non debba essere un semplice esercizio di stile, fine a se stesso.

Credo che questa riflessione sulla funzione e sul ruolo del poeta all’interno della società sia centrale in tutto il suo percorso, ma questo libro ci consente di valutare come la scrittura di Macario nel corso degli anni abbia assunto forme e aspetti diversi e come quell’indignatio che muove il poeta fin dalle origini si sia fatta pagina dopo pagina più acuta e tagliente.

Se nelle prime raccolte, e penso al pometto frammentato Le ali della Jena o alle sequenze di Crimini naturali, il poeta è trincerato dietro la rappresentazione di una realtà allucinata, tra paesaggi suburbani e atmosfere notturne, e la sua scrittura è allusiva e simbolica, in Cantico della resa mortale e in Piantagione dei relitti, la silloge che chiude il volume antologico dei primi anni Duemila, il poeta assume una fisionomia definita, veste i panni del censore sempre pronto a confutare la morale fasulla della contemporaneità, sempre in procinto di dichiarare guerra a una società che ha tradito l’uomo e lo ha condannato a una tragica perdita d’identità.

Il Macario di queste raccolte è sempre sospeso tra una dimensione privata, personale, talvolta quasi intimistica, e una dimensione corale, collettiva ed è sempre disposto a fondere queste due dimensioni in una visione univoca.

Se la raccolta Silenzio a Occidente dichiara, ancora una volta, fin dal titolo l’intento di dissacrare la società occidentale votata al consumismo, allora la stessa giovinezza del poeta, che si colloca proprio nella frattura tra due epoche, diventa uno strumento per denunciare quel cambiamento irreversibile, perché il tradimento di quel mondo che gli apparteneva è in realtà il tradimento di un’intera generazione. E la memoria della sua iniziazione sessuale, anche la stessa scoperta del sesso, è forse un modo per affossare quel perbenismo che, da un lato, difende la vita come valore assoluto, dall’altro mostra di non avere più nessun rispetto per la vita e per la morte, nessuna compassione per l’uomo. Non è raro difatti trovare in queste pagine echi di un passato personale, un passato mitico e in qualche maniera “mitizzato”, anche se non esente da quelle tarlature che col tempo finiranno con lo squarciare il tessuto della società e del mondo contemporaneo. Non è raro trovare slanci nostalgici nella scrittura di Macario, rievocazioni leggere di un tempo definitivamente andato, anche se i fotogrammi di quel mondo sommerso sono intrisi di un’ironia amara, di un sarcasmo graffiante che mantiene intatta la vocazione eretica, l’intonazione caustica della parola di Macario.

Anche il capitolo forse più tragico dell’esistenza di Macario che rappresenta peraltro anche uno dei momenti più alti della sua opera, sfugge a qualsiasi logica autoreferenziale. Nella raccolta La screnza – e la screanza del titolo è da intendere come una forma di “disubbidienza” verso la società e verso il mondo – Macario racconta infatti della tragica scomparsa del figlio. Ma la sua poesia non si limita a tessere un commosso compianto del figlio, ma ricuce l’esperienza privata, il tema della perdita che appartiene solo a lui, al tessuto del mondo. Penso ai versi in cui si parla del conto macabro dell’assicurazione che calcola il premio sulla sofferenza che ha dovuto patire, sui brandelli dei vestiti salvati dalle fiamme, e penso a come questi versi ci parlino di quanto quella logica del consumismo, quell’idea del profitto abbia avvelenato irrimediabilmente la nostra esistenza, l’esistenza di noi tutti.

Quella logica di cui ancora Macario ci parla nell’ultima raccolta Metà di niente in cui il bilancio, si capisce da subito, è ancora più tragico, se ciò che ci rimane è ancora la metà del nulla che già possedevamo. Qui ancora si parla di “civiltà addizionale”, si parla di mercato, di globalizzazione, si parla dei sentimenti umani, quotati in borsa, quasi fossero azioni, e qui ancora, gli affetti privati di Macario che tornano con tanta passione ad affacciarsi sulla pagina, sono gli affetti di tutti, e la sua vecchiaia, il suo senso di impotenza verso le cose è quello di tutti noi.

Ora ho cercato di aprire uno spiraglio, di suggerire una possibile chiave di lettura dentro un’opera che, come si sarà capito, è tanto articolata e che merita certo una lettura più attenta di quella che ho tentato, un’opera in cui emergono tante suggestioni, tanti spunti di riflessione in cui anche il racconto di sé, anche quando scende più nel profondo, non è mai un’auto-compatirsi, ma sempre un’analisi lucida della propria interiorità. Eppure, a chiusura di questo discorso, qualcosa lo vorrei dire ancora. Sono certo che quella di Macario è in maniera definitiva una poesia “civile”, lo è proprio perché si sottrae alle regole della poesia civile, come siamo stati abituati a pensarla. Perché fare poesia civile non vuol dire guardare fuori, raccontare ciò che avviene oltre di noi, con la giusta dose di compassione o solidarietà, ma significa sentirsi una fibra del mondo, una parte di quel tutto che ci circonda cui apparteniamo nostro malgrado, vuol dire, e credo sia questa la vera lezione del Macario poeta, sentirsi calati dentro il mondo e riuscire a raccontare attraverso la parola da dentro anche tutto ciò che accade fuori.





Il cappellaio matto

Così ti sogno
corpo privato
e corpo pubblico
per essere io
in molti ad amarti
amando te sola
di un lungo estenuante
languore morfinico
guardandoti
guardata
negli specchi liquidi
dei miei impazzamenti
al di là del possesso
trasversale
ed è per amore che profano
la sacra ghiandola monogama
moltiplicando il tuo corpo
in tante eucarestie

(da Cantico della resa mortale)


Ritratto dell’autore da giovane

Solo nei bar
ripiegato in un angolo
come fuori grandinasse
anni di esercizi solitari
guardando tutti
senza vedere nessuno
anni afasici
per trovare la lingua
che si stacca dal mondo
e poi nel mondo precipita
come una bestemmia in picchiata
dentro una tomba aperta
e mai un fiore
mai una visita
chi l’ha cremata
e le ceneri disperse
passa tranquillo
prende un treno
apre un negozio
spinge una culla
e parla da sola
la lingua trovata
come i matti per strada
innocui e penosi
che pensano all’inverso
e capirli è impossibile
un cielo triste di luce boreale
mi chiudeva alle corde
fatto a pezzi da un vino cattivo
cadevo giù al sesto bicchiere
con grida di soccorso
appena ultimate
sul taccuino a quadretti
in ginocchio sui versi
mi sbucciavo la pelle
tra scarabocchi infernali
e sigarette d’incenso
avvolto come un vecchio
in una bruma avvelenata
di sogni fumosi

Sarzana, 5 novembre 2006

(da Silenzio a Occidente)


Mantra di primavera

L’urna che porto tra le mani
grida forte nel silenzio
nessuno si accorge
chi preme disperato
per uscire a respirare
solo io riesco a udire
quel richiamo soffocato
e non posso liberarlo
né dirgli sottovoce
che appena il vento gira
volerà tra le nubi
si poserà sulle foglie
e rinascerà figlio
e rinascerò padre
sanati da un destino di riserva
a ripercorrere un cammino parallelo
ma da questa umile urna
che sembra una culla di morte
solo vagiti feroci
strappano al cielo
promesse impossibili

Sarzana, 31 -10-2010

(da La screanza)

sabato 13 gennaio 2018

Rosa Salvia su "Ciao cari"


Recensione di Rosa Salvia a Ciao cari (La Vita Felice, 2016), uscita in versione ridotta ne "L'Immaginazione", n. 302, nov.-dic. 2017.


Che Stefano Guglielmin non sia poeta orfico lo si coglie subito scorrendo le pagine di questa raccolta di versi delicati amari, asciutti limpidi, dipinti su vetro. Poeta esistenziale forse, se mi si consente questo termine.
L’analisi può partire di qui: l’universo poetico di Stefano Guglielmin si tiene unito, in modo saldo e circolare, tutto pare già dato e compiuto fin da subito per l’assoluta fedeltà a momenti dell’esistenza. Momenti esaltati, dilatati, addolciti, talora forse solo sognati, che Guglielmin percorre attraverso un dire colloquiale e diretto, per coglierne tutte le possibili implicazioni, i possibili significati di un passato che si proietta nel futuro. E’ questa la sua vocazione alla fedeltà: ai vivi e ai morti, in un intreccio armonioso che muove molti echi e che possiede, per dirla con Bergson, la qualità della durata: ponte fra un passato e un presente altrimenti impenetrabile, flusso vitale fra poesia pura e narrazione, tensione originaria fra emozione, ispirazione e scrittura.

Bastano i versi della poesia In limine che apre la raccolta per cogliere il senso profondo di questa poetica: Una vita, ti dico / la puoi scrivere soltanto, fingere / che ci sia stata, unendo i fuochi / tra poco e poco: stare in sala / d’attesa quando piove, né felice / né infelice, altro non c’è. // Però fuori si muore, mi dici. / Anche dentro si muore / ti dico. E si semina altra delizia / dentro e fuori, altra sporcizia.

Il libro è composto da una prima sezione – Il mondo visto da dentro, che comprende le poesie sotto la voce Ciao cari e Cartoline da casa in cui la lingua si piega in intimità dialogica con amici o amiche cari che non sono più fra noi, sull’eco della foscoliana corrispondenza d’amorosi sensi, e da una seconda sezione – Il mondo visto da fuori, che comprende le poesie sotto la voce Dediche, Anonimi, Ritratti (1) e Ritratti (2) le quali “sperimentano con maggiore libertà, modulandosi sullo stile delle figure nominate o cogliendone ossessioni, atteggiamenti, circostanze,” come lo stesso Guglielmin precisa nella nota introduttiva.
 
In Ciao cari si avvicendano versi talora crudi, taglienti, come nella poesia Flavia (1945-2009): Chiedo scusa se non c’ero al tuo / funerale: due ore di aereo non dicono / il vero o solo in parte, ma con tanta morte / uno s’impasta o perde quota. // Qui comunque in terra piove / e ogni tanto sterzo a casa, guardo / altrove. (p. 24), talora intensi e struggenti come nella poesia Antonella (1958-1993): L’ultima volta in giardino / pesavi metà di ogni cosa felice. // Aspetto un figlio / ti ho detto. E io la morte, hai risposto / quieta, come se ci fosse una logica /segreta, che lega forbice a fiore. // Sei stata la prima a saperlo /l’ultima a partire. (p. 19)       
Ci s’innamora di queste figure simmetriche che compongono una sorta di collage: mosaici vivi e nitidi che si susseguono senza mai ripetersi, pur partendo dalla stessa matrice, dallo stesso specchio, nell’accettazione del ‘destino’ della poesia che è di vivere fra la luce e l’ombra, in certe ore contigue, intermedie, alla frontiera fra vivi e morti: per convertire la pena esistenziale in qualcos’altro, riscattandola dalla chiusa, dolorosa inespressività.

In Cartoline da casa: tre bellissime poesie: Schio fine ottocento (p.29), Vicolo Valsesia 8 (p.30) e Via Pisa 22 (p.31), il ‘cerchio familiare’ che poco ha di consolante, col suo dolente e insieme affettuoso disinganno, coglie in maniera ancora più incisiva il nesso fa etica e “oggetti”, caratteristico della poesia di Guglielmin, fra nitore del visibile e perplessità interrogativa.
Emmanuel Lévinas afferma che “il principio di ‘etica’ è separazione, muoversi verso l’altro sentito come altro da sé, l’altro come fine non come mezzo” (Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 1980).
Stefano Guglielmin è sulla stessa onda. In queste poesie, ci sono il Sé e l’Altro, mai dimenticato, che si alternano, si incontrano, si sfiorano. La stessa medesima dialettica si fa vicinissima. Riflessioni in punta di piedi, monologhi sussurrati, un microcosmo in cui vivi e morti possono confondersi ambiguamente le parti, consegnati al tempo senza più schemi.
Tutto reinventato e tutto vero, e sempre fondendo sensi e ragione, piacere, dolore e pensiero, libertà e realismo visionario.
 
Il tema della memoria è un tema forte ancor più nelle poesie raccolte in Ritratti(1) e Ritratti(2), tutte dedicate a poeti, poetesse, artisti, scrittori, particolarmente amati dal nostro autore: un tempo vissuto che diventa attività onirica, che ti fa entrare nel sogno come nella poesia dedicata a Carl Gustav Jung: Mentre scrivi / della maschera funerea e dell’acqua come processo / collettivo, la femmina che sei nuota nel fondo del bicchiere / animale da assalto o da richiamo. // Si divarica il profondo / lascia il suo cielo alla domanda. (Ritratti (1), p. 67) Molto bello il ricorso all’elemento femminile dell’acqua come ‘processo collettivo’ che cancella e che purifica, che travolge e che richiama, elemento come segno vitale, di eternità che domanda…
    
Il rapporto memoria-poesia pone peraltro in primo piano la grande questione della necessità di immobilizzare gli istanti per conservarne la traccia, nella speranza di non vederli disperdere in un tempo che, nel suo continuo andare oltre, non tornerà mai indietro a restituirceli. La traccia è un “passato che non è mai stato presente” scrive ancora Lévinas, definizione che si può assimilare alla junghiana nozione psicoanalitica di “inconscio collettivo” così poeticamente espressa dal nostro autore, il cui ‘avvenire’ non sarà mai la produzione o la riproduzione nella forma della presenza. Il concetto di traccia è dunque incommensurabile con quello di ritenzione, di divenir-passato di ciò che è stato presente.

Altra riflessione che sorge spontanea è che questa raffinatissima raccolta ci restituisce il senso di attesa e di sorpresa che recava in passato il ricevere una ‘lettera’ o una ‘cartolina’. (Non a caso dunque Cartoline da casa di cui sopra).
Una lettera è testimone di eternità, dona magia, pur nella consapevolezza che, se per certi aspetti può anche restituirci il passato, ne trattiene con sé un pezzo, impedendoci di assaporare quell’appagamento di possedere, ancora e sempre, ciò per cui proviamo grande nostalgia.   

Molto interessanti, alla fine del libro, le schede sugli autori citati al fine di accompagnare il lettore a una migliore comprensione dei testi, ma anche, o soprattutto, ulteriore omaggio, anamnesi che continua a scorrere in un flusso di sensazioni, di trame e ricordi (basti citare Paola Febbraro, scomparsa prematuramente nel 2008 la quale scrisse un poemetto A fratello Stefano, morto suicida.
A riguardo Guglielmin ricorda: mi mandò la copia “fatta da me per te”, come mi scrisse in un foglietto volante. Un dono straordinario, che merita ben più di questa mia povera poesia).

Un’anamnesi che ci trasmette atmosfere interiori, stati d’animo, umori e sentimenti. Una raccolta di frammenti, schegge che possiedono una valenza simbolica. E la rievocazione è ripercorsa scavando dentro il corpo alla ricerca di un particolare, di una immagine. Di una verità.

Ed è fatica, sofferenza necessarie a ritrovare la strada, a ridare vigore all’animo contuso, ancor più perché Stefano Guglielmin ha imparato da Italo Calvino, l’ultimo degli autori cui dedica una poesia, “a guardare il mondo e a pensare il labirinto non come una condanna, ma quale stimolo a tracciare mappe sempre più dettagliate, diffidando delle semplificazioni”. (Schede degli autori citati, p.84)